L'ambulatorio sul conservatorio| R'acconti di R'esistenze

“L’ambulatorio sul conservatorio” [pagg. 16-18] è uno dei testi raccolti in “R’acconti di R’esistenze” [edito nel dicembre 2018]_

In ricordo di chi ha patito ed è scomparso o morto a causa della repressione del potere_ E di chi ancor’oggi ne è vittima_

E in ricordo e come stimolo a chiunque continui a proprio modo ciò che è l’unica lotta possibile, l’unico ideale per abbattere il potere e le sue dissennate disseminazioni: la Lotta per la Libertà!_

Salud y Anarquía_

L’ambulatorio sul conservatorio


Il cartello all’ingresso del palazzo segnalava che
l’ambulatorio sarebbe rimasto chiuso per un’intera
settimana.
La folla assiepata davanti al portone d’ingresso del
palazzo a tre piani ormai tracimava, invadendo la
strada polverosa.
A giugno, appena iniziato l’inverno, c’era stato un
gran richiamo per i vaccini antiinfluenzali.
Il medico di quel quartiere aveva condotto una
campagna d’informazione serrata, non mancando mai
di ricordare ai pazienti di tornare agli inizi di giugno
per farsi vaccinare. Distribuiva volantini, s’attardava
durante le visite per spiegare i vantaggi di vaccinarsi
contro l’influenza. Si soffermava soprattutto con
donne incinta, persone anziane, bambini e con coloro
che soffrivano di patologie croniche.
Era un medico molto stimato, e perciò la maggior
parte delle persone che frequentavano l’ambulatorio
per malattie o semplici consigli avevano raccolto le sue
raccomandazioni aderendo alla campagna per
vaccinarsi. E prevenire quella che era stata
preannunciata come l’ondata di influenza più
devastante del secolo.
Durante i primi anni di dittatura la profilassi
obbligatoria veniva eseguita per chiamata tramite
l’affissione di un avviso negli antri dei portoni. Nelle
zone rurali, il compito era lasciato ai podestà locali e al
veterinario. Nessuno osava mancare all’appello presso
i centri di raccolta. E chi lo faceva, veniva castigato a
bastonate, profilato e incarcerato a tempo
indeterminato.
Poi, una volta che la dittatura s’era incuneata nel
quotidiano, le persone involontariamente ne
sopportavano il peso. E quindi anche i metodi s’erano
modificati da brutali in duri.
Ecco perché quell’inverno la campagna sui vaccini
l’aveva condotta il medico, risultando poi più umano
degli apparati medico-dittatoriali.
La folla che s’era radunata sotto all’ambulatorio
testimoniava la fiducia delle persone in quel medico.
Il vociare s’era infittito, ma le persone sapevano che
non avrebbero potuto urlare per non richiamare le
ronde della dittatura.
Ma nonostante tutti gli sforzi, comparirono due
camionette di militari ai due lati della strada. Dai
cassoni ne uscirono due manipoli di soldati in assetto
d’assalto. I pazienti si zittirono in preda al terrore di
finire fucilati all’istante. O di essere deportati in quelle
carceri da cui poi si spariva senza mai più tornare. O
fare quei famosi voli dell’angelo.
I due squadroni della morte si sistemarono chiudendo
ogni uscita e spianando le armi. La folla si strinse come
un nugolo di teste senza fiato. Finanche i bambini
smisero di piangere. Tutti tranne Alex che, in braccio
alla sua mamma – una donna che aveva un aranceto
poco fuori dell’abitato -, urlava rabbiosamente.
L’orologio della piazza segnava la mezza.
Suonavano le sirene delle ambulanze militari. Ne
scesero stuoli di infermieri e dottori, uomini e donne
asessuati nei loro camici.
Raggiunsero la folla. Intimarono loro di mettersi in
riga. Sfoderarono dalle borse decine di aghi e siringhe.
Le riempirono. Ne fecero zampillare liquido.
La sonata in re minore partì dagli altoparlanti delle
camionette. Si confuse con i cori dello stadio vicino,
dove si celebrava la dittatura con una partita di calcio.
E ad essi si sintonizzò l’orchestra del conservatorio nel
palazzo di fronte all’ambulatorio. La nona era partita.

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